Sono più di vent’anni che vivo in Italia e c’è una spina che non smette mai di pungermi: il canone RAI. Lo chiamano tassa sulla televisione, ma in realtà è un marchingegno linguistico per mascherare un’operazione che, a conti fatti, è una truffa legalizzata. Un’azienda televisiva che si fa finanziare dallo Stato e allo stesso tempo dagli inserzionisti pubblicitari. La botte piena e la moglie ubriaca.
Se la RAI fosse un vero servizio pubblico, vivrebbe solo del canone e offrirebbe contenuti degni di questo nome, pensati davvero per i cittadini. Ma non è così. La RAI si finanzia con il canone e contemporaneamente si comporta da rete commerciale, intasando i palinsesti di pubblicità, talk show interminabili e programmi di basso livello che la gente non sopporta più. E il bello è che tutto questo viene presentato come normale, legittimo, persino “giusto”.
Nel mio Paese d’origine, il Canada, la televisione statale (CBC) non ha mai preteso un tributo coatto per il semplice fatto di possedere un televisore. Nessun canone obbligatorio infilato di nascosto nella bolletta della luce. Nessuna tassa travestita da servizio pubblico. Dovevo pagare? No. Se volevo guardare, guardavo. Se no, semplicemente non guardavo. Qui invece sono obbligata a finanziare un carrozzone che non uso, che non guardo e che nemmeno ricevo, perché non ho nemmeno l’antenna.
Eppure, in Italia questa forzatura passa come se fosse legittima. Passa attraverso i ministeri, passa sui tavoli dei giudici, passa perfino sotto la lente della Corte Costituzionale. E tutti firmano, tutti approvano, tutti chiudono un occhio. Ma il fatto che una legge venga bollinata da istituzioni e tribunali non la rende automaticamente giusta. Una stortura resta una stortura, anche quando viene vestita di legalità.
Il canone RAI, così com’è oggi, è una vergogna nazionale: non è un contributo, non è un servizio pubblico, non è equità. È una gabella medievale aggiornata al XXI secolo. Una tassa imposta con la violenza della burocrazia e la complicità delle istituzioni. Una tassa che prende in giro i cittadini, li tratta da sudditi e li costringe a finanziare un servizio che di pubblico ha ormai solo il nome.
E la cosa più amara è che qui lo si accetta.